Compleanno
Quella data resterà per sempre negli annali della famiglia! Ti ricordi Marina? Ti avevo promesso che sarei venuta a trovarti e avremmo festeggiato insieme il tuo compleanno. Invece il mio aereo rischiò di precipitare. -Evviva zia! Davvero vieni a Roma? - avevi esclamato al telefono. Non avrei mai immaginato l’avventura strabiliante che mi attendeva. Avevo preventivato di arrivare il giorno precedente il tuo compleanno. -Non preoccuparti, veniamo a prenderti all’aeroporto, zia. - Secondo me, hai il carattere di chi vuol bene e non lo dimostra. Infatti ti vedo poco, perché abitiamo lontano, eppure tutte le volte che ti sento al telefono, avverto nella tua voce un tono dolce e ritroso, melanconico e confidenziale. Una voce che tradisce un’anima sopraffatta dalla nostalgia della lontananza. <La lontananza è come il vento, spegne i fuochi piccoli, accende quelli grandi>. Così diceva una canzone di Modugno, tanti anni fa. Sei giovane però e forse non la conosci. -La conosco, certo che la conosco, - diresti. Tuo padre, ovvero mio fratello, è stato un grande ammiratore di quel cantante. Dunque ti avrà fatto ascoltare le sue canzoni. Torniamo però al nocciolo della questione: avevo preparato solo una piccola valigia giacché mi sarei fermata pochissimo. All’aeroporto, avevano subito comunicato sul tabellone delle partenze che il mio volo sarebbe partito in ritardo. Noi passeggeri già sbuffavamo. Nella sala d’attesa, seduta vicina ad una signora con un bimbo in braccio, presi a chiacchierare e a fare complimenti al pupo. Aspettammo per più di un’ora, poi finalmente annunziarono la partenza dell’aereo. Credo che non proverò mai più il terrore che provai quella volta. E bada bene che io non ho la minima paura di volare, anzi dico sempre che preferisco viaggiare in aereo anziché in auto. Tu Marina, non hai scelto di avermi per madrina, poiché quando sei stata battezzata avevi solo pochi mesi di vita. Io invece ho accettato di averti per figlioccia. Allora, per quanto possibile, m’interesso di ciò che ti riguarda, dei tuoi studi, dei tuoi amori, del tuo lavoro, etc. etc. etc. Sto infatti scrivendo questa novella per te, che festeggi il compleanno. Sono consapevole di scatenare le gelosie di tua sorella, ma lei è egualmente nel mio cuore. Ciò che batto sui tasti del computer è solo frutto d’affetto, accettalo come qualcosa dedicato esclusivamente a te. Vedrai, sarà il regalo più strano, più originale e stravagante che tu abbia mai ricevuto. C’imbarcammo quindi su quel benedetto aereo e restammo sulla pista un’altra ora. I passeggeri si alzavano, andavano, venivano, volevano sapere il perché ancora non si partisse. Come Dio volle, furono accesi i motori e l’aeromobile cominciò a rullare sulla pista. Ero capitata accanto ad un anziano signore con gli occhiali sul naso, il quale si presentò dicendo di essere un funzionario statale in pensione. Era corpulento e con i capelli tutti bianchi; a guardarlo, si sarebbe detto saggio e perbene. Mi presentai anch’io e cominciammo a conversare, ma ben presto mi accorsi che era un oratore irrefrenabile, di quelli che sai quando iniziano a parlare e non sai quando finiranno. Non dava spazio per interloquire. Ancora una volta mi convincevo che il buon conversatore è solo chi sa ascoltare. Inoltre non la finiva più d’autocelebrarsi asserendo di essere il miglior giocatore di scopa del mondo. -Io fumo e lei? - disse -Accendo una sigaretta, ma tra poco arriverà un’hostess a dirmi di spegnere. Però nel frattempo ne avrò fumato già mezza. Ah ah ah ah. - Risposi: -Non fumo, no. Nuoce gravemente alla salute, come dicono nell’avvertenza sui pacchetti.- -Cara Monna Lisa venga fuori della cornice! - mi apostrofò, -Quelli della pubblicità prima affermano che faccia male, poi autorizzano lo Stato ad averne il monopolio! - Intanto fumava come una locomotiva a vapore e nessuno sopraggiungeva, tanto che arrivò a fumare tutta quanta la sua sigaretta. Ad un certo punto, udimmo uno scossone tremendo e, sull’aereo, ci fu un silenzio tombale. All’altoparlante, il comandante disse di agganciare le cinture di sicurezza. Un altro strattone fu più violento di quello precedente. Questa volta si udì un grido di terrore e qualcuno si alzò, subito soccorso da uno degli assistenti di volo. Il comandante informò l’equipaggio che doveva occupare i posti d’emergenza poiché eravamo entrati in una zona di perturbazione meteorologica. Infatti di lì a poco, il velivolo iniziò a vibrare e sobbalzare. I vuoti d’aria erano tremendi. Qualcuno cominciò a vomitare e i bambini ad urlare. Una ragazzina piangeva e diceva: -Nonna, non la rivedo più la mamma! - Il mio compagno di poltrona era improvvisamente ammutolito e guardava dinanzi a sé con gli occhi sgranati. Io pensavo che da un momento all’altro saremmo morti perché l’impressione era proprio quella di precipitare. -Comandante! Che cosa sta succedendo?”- gridò qualcuno. Intanto c’eravamo abbassati di quota, ma le vibrazioni proseguivano. I pianti dei bambini e le grida delle donne erano ormai divenuti un coro. Un altro vuoto d’aria, più forte di quelli precedenti, m’indusse a recitare le preghiere. Raccomandavo la mia anima al buon Dio e chiedevo di non soffrire e di morire subito. Però imploravo pure di poter rivedere tuo zio. Povero marito! pensavo. Come farà senza di me? Improvvisamente fuoriuscirono, dagli appositi alloggiamenti, le maschere d’ossigeno. L’aereo scese in picchiata per abbassarsi ulteriormente di quota. A questo punto, lo scompiglio fu generale. Gli occhiali del mio vicino erano schizzati via e lui era aggrappato alla spalliera del sedile anteriore. Io invece ero abbarbicata ai braccioli della poltrona, con il capo premuto all’indietro contro il poggiatesta. Ero tesa e stecchita al punto che mi avrebbero potuto mettere in salamoia. La voce del comandante si fece udire un’altra volta e ci comunicò che saremmo atterrati a Napoli per ragioni di sicurezza. Anche l’atterraggio non fu tra i migliori. Comunque ci sentimmo tutti salvi e ringraziammo Dio, felici di aver toccato terra. Difatti quando udimmo i motori arrestarsi, lo scroscio d’applausi fu unanime, frenetico e liberatorio. All’aeroporto di Napoli, ci comunicarono che avremmo dovuto attendere notizie per sapere come arrivare a Roma. Adesso dovevo telefonare a tuo zio. Infatti lo sentii un po’ in ansia perché non riusciva a capire cosa fosse successo. Glielo spiegai e si agitò sentendo che eravamo a Napoli. Poi dovevo telefonare a te. Tuo padre appena seppe dove mi trovavo, esordi: -Ti veniamo a prendere a Napoli. Non muoverti dall’aerostazione e rimani nei saloni d’attesa.- Provai a dissuaderlo ma insistette e fu irremovibile. Restai lì a passeggiare e a bere caffè. Credo di non avere mai bevuto tanti caffè nella mia vita come quella volta. Facevo conto che entro due ore, due ore e mezza, sareste arrivati. Invece niente. Erano trascorse già quattro ore, e di voi neppure l’ombra! Si suole dire che le contrarietà non giungono mai da sole. Deve essere vero. Infatti, mi avvisasti al cellulare che avevate forato sull’autostrada non una ma ben due gomme. In questo momento starai pensando che le mie storie siano sempre catastrofiche. Devi sapere che in ogni narrazione che si rispetti, ci deve essere sempre un ostacolo che impedisce ai protagonisti di realizzare i loro desideri. Era ormai sopraggiunta la notte. Ti chiamai al telefonino. Ti ricordi, Marina, mi hai risposto quasi urlando: -Zia! Sapessi! Siamo ancora qui che aspettiamo quelli dell’ACI. - Devo dire che non si dorme bene sulle poltrone dell’aeroporto di Napoli. Dovrebbero tenere conto di renderle più comode e confortevoli. D’altra parte, il pullman per Roma era già partito e non potevo consigliarvi di tornare indietro, non appena riparate le ruote. Con il personale delle pulizie avevo ormai familiarizzato e qualcuno di loro ogni tanto m’incoraggiava, scherzando: -Non si preoccupi, signora, siamo a novembre, male che vada festeggia con noi il Capodanno. - Ad un certo punto, cominciarono ad arrivare i passeggeri dei voli notturni. Vicino a me venne a sedersi una signora che, a tutta prima, mi parve conoscente. Anche lei prese a guardarmi e dopo un po’ esclamò: -Ma noi ci conosciamo! Siamo state compagne di liceo. Tu sei………- Era difatti una signora della mia stessa età che riconobbi come quella compagna che aveva avuto un flirt con mio fratello cioè tuo padre. Avevo allora diciotto anni e gli avevo presentato quella ragazza. Fu una storia passeggera tra i due, ma ricordavo ancora con piacere quella compagna per tutte le esperienze scolastiche vissute insieme. Era divenuta una signora grassoccia e senza alcuna attrattiva. M’informò del fatto che insegnava a Napoli, che stava andando a Stoccolma per una vacanza, di essere divorziata e di avere un figliolo ormai grande e laureato. Anch’io le parlai di me e, nel frattempo, pensavo che se in quel preciso momento foste arrivati, ci sarebbe stato l’incontro tra i due ex fidanzati. Invece lei si alzò salutandomi, perché il suo aereo stava per partire. Ti richiamai e m’informasti che avevate finalmente risolto il problema ed eravate ripartiti. Ormai albeggiava quando scorsi il tuo visetto in fondo al salone. Avevi gli occhi stanchi, ma ancora vigili e alla ricerca della zia. Ruotavi il capo tutt’intorno e ti giravi a destra e a manca. Mi davi l’impressione che deve fare al naufrago l’avvistamento della terra. Fra i vari quesiti che ti sarai posta dinanzi a quest’insolito dono, ce ne sarà uno del tipo: -Ma che novella è uno scritto che pare una lettera? - Bene! Ricordati che anche gli antichi scrittori latini usavano talora lo stile epistolare, nelle loro opere. Mi vedesti da lontano e spalancasti le braccia. Finalmente l’incubo era finito! Ci abbracciammo e non trovai niente di meglio che esclamare: -Tanti auguri Marina! - |